Il passato è una costante tentazione.Tuttavia il futuro è l'unico posto dove possiamo andare se davvero dobbiamo andare da qualche parte.
Frank O. Gehry

venerdì 8 marzo 2013

What You Give Or What You Get?


E' un'infinità di tempo che non scrivo su questo blog. Ma non me ne sono mai dimenticata. Anzi.
Era da tanto che avevo per la testa il titolo di un post: What you give or what you get. Lo trovate in inglese qui (Be Hungry For Content: What You Get Or What You Give?ma, dato che il tema mi sta particolarmente a cuore, ho deciso che sarebbe stata la giusta scusa per tornare a scrivere anche in italiano. 

Il titolo di questo post nasce da una slide vista ad un seminar a cui ho avuto il piacere di partecipare qualche mese. Ero a New York e c’era l’Advertising Week, uno dei più importanti eventi per la industry della Creatività. Uno di quegli eventi dove si fa reale "scandagliamento" del futuro.

E’ da tanto che volevo scrivere un post con questo titolo perché in Italia, ma non solo, ce n'è tanto bisogno. La semplicità di questo mantra ne è la sua vera forza e a volte, proprio per la sua semplicità, tendiamo a dare questa basilare domanda per scontata.

"Are you thinking about what you can get or what you can give?"


Questa una delle domande con cui Jon Hamm di Momemtum Worldwide e Tim Leake si Hyper Island hanno dato il via al loro speech, “The Authentic Power of Co-Creation”.

Se la scorsa edizione di Cannes Lions era tutta incentrata sulla parola Humanity, l’Advertising Week di New York ha ruotato attorno alla parola Authenticity.
Essere autentici significa aiutare i consumatori a distinguere ciò che è rilevante nel web da tutto ciò che non lo è.
Ecco perché, come dicono Hamm e Leake, quello che sta accadendo è che i brand non sono più progonisti. Loro il nuovo tipo di consumatore di contenuti sul web l'hanno chiamato il “connected protagonist.
Non so quanti brand, piccoli e grandi, si facciano la reale domanda se i contenuti che condividono giornalmente con le loro community siano stati creati perché danno un reale valore alle persone oppure se tutto è solo incentrato su cosa un brand può ottenere dal web.

Co-creation is the key to unlock authenticity.

Ecco un altro topic di Hamm e Leake quel giorno.
Se nel marketing tradizionale i brand si sentivano su un piano superiore rispetto ai consumatori, nel social media marketing, per come lo conosciamo ora, brand e consumatori sono su uno stesso livello e dialogano tra di loro.
Ma le nuove dinamiche della comunicazione dei nuovi media stanno portando i brand a (dover) fare un passo indietro, a non essere più i protagonisti assoluti della scena, e lasciar dialogare tra di loro i consumatori, mai così attivi e “creators” come in questa era.

In passato ho lavorato con persone che si scandalizzerebbero per questa frase, che credono ancora che il social media marketing sia semplicemente il marketing portato avanti su canali social, ma con le stesse dinamiche e gli stessi approcci del marketing tradizionale. Rido, ma solo per non piangere.

“Invece di chiedere a un consumatore non interessato di raccontare una storia sulla sua interazione con il brand, il brand stesso ha ora bisogno di cercare i consumatori che in maniera naturale e spontanea hanno voglia di raccontare le loro esperienze. In una maniera che potremmo definire "organica."

Qual è la carta vincente per un brand, dunque?
Mettere a disposizione della propria audience piattaforme in grado di far dialogare tra loro le persone. Farle parlare di ciò che loro davvero interessa. E’ il potere della co-creation, che permette ai brand di generare valore per le persone e, allo stesso tempo, di avere contenuti realmente autentici.

Ma non dimentichiamo anche la "humanity". 

Se vuoi essere umano, devi parlare come un umano. Alcune settimane fa mi sono imbattuta nel profilo Twitter della Leo Burnett di New York. Ricordo ancora la loro bio per la sua semplicità, che ne era contemporaneamente la sua forza. We speak human.
Quindi, cari brand e piccole imprese (che avete capito il reale potenziale del web), Parlate da umani, siate autentici. 
Come? Un buon modo per iniziare, ad esempio, è domandarsi "che reale valore sto dando alle persone a cui mi sto rivolgendo?

Come (forse) avrebbe detto Steve Jobs, "Be hungry for relevant content". Because your audience is.

martedì 31 luglio 2012

Social Recruiting in Italia: piccole riflessioni sul "Digital Job"

Ieri mi sono imbattuta in un'interessante infografica, realizzata da Adecco, sulla situazione del social recruiting in Italia. Insomma, come e quanto vengono usati i social network come strumento per trovare lavoro (da parte dei candidati) e come mezzo per scoprire talenti (da parte dei responsabili HR)?
Non così tanto come speravo, mi verrebbe da rispondere.

Per avere un quadro completo di tutti i dati emersi dalla ricerca di Adecco, potete leggere l'ottimo articolo di Francesco Russo Come Selezionatori e Candidati usano i Social Media in Italia [Infografica].
Io mi limiterò a riportare alcuni insights e a trarne qualche considerazione.
Dunque, i dati che mi sembrano più significativi sono che il 49% dei selezionatori usa i social media per il proprio lavoro, mentre tra i candidati il 53% non li usa, anche se il 49% di questi afferma che vorrebbe cominciare ad utilizzarli.
Il 55% di coloro che lavorano nella selezione del personale preferisce la piattaforma di Linkedin, al contrario dei candidati che sono, invece, a quota 31% di preferenza per il social network professionale, dimostrando di apprezzare molto di più Facebook.
Le percentuali di utilizzo calano ancora di più se parliamo di blog: il 21% crede nell'uso del proprio blog per fini professionali, mentre solo l'8% degli HR li tiene in considerazione.


Dulcis in fundo, Twitter. Qui le percentuali sono veramente sconfortanti: solo il 7% dei candidati lo usa per trovare lavoro, insieme a un misero 4% dei selezionatori.

Devo ammettere che tutto ciò mi ha un po' lasciato perplessa. Sarà che forse io con i social network ci lavoro e faccio fatica a capire chi non ci vede le potenzialità per trovare (forse anche più facilmente) lavoro. Certo, dipende anche dalla zona in cui si vive. Probabilmente chi abita a Milano troverà su Linkedin annunci di lavoro (un po') più frequentemente rispetto a chi vive a Padova (segno che pochissimi dei recruiter che vivono al di fuori delle grandi città come Milano e Roma pubblica annunci professionali su linkedin, nel momento in cui è alla ricerca di una nuova risorsa).

Ma quello che mi ha fatto riflettere davvero è un'altra cosa. Una piccola storia che mi riguarda.
Poco meno di un anno fa ho cominciato ad usare in modo serio (o, comunque, più serio rispetto a quanto facessi in precedenza) Linkedin. Credo che sia uno strumento di cui forse abbiamo esplorato l'1% del potenziale (la sottoscritta in primis). 
Ebbene, ad agosto scorso ho provato a mandare qualche CV a New York. Volevo andare lì (non ho ancora rinunciato ad andarci, eh) e ho cominciato a cercare un lavoro nel modo più tradizionale: mandavo CV, anche attraverso Linkedin. Anzi, forse soprattutto con Linkedin.
  
Potrei star qui a parlare per ore della differenza che c'è nei testi degli annunci di lavoro che sono pubblicati su Linkedin (sugli annunci di Milano c'è una minuziosa descrizione tecnica delle mille e più cose che la persona deve saper fare; a NY, invece, scrivono lunghe descrizioni su come devi essere tu come persona per poter far bene quel lavoro...insomma, l'impressione era quella che in un posto sei visto più come un costo, nell'altro cercano un vero e proprio "talento").


Invece quello che voglio raccontare riguarda la Ogilvy di NY. Sì, perchè l'anno scorso mi ha sconvolto (positivamente) scoprire che il Social Media Recruiter della Ogilvy di NY ti dice che, per inviare la tua candidatura, puoi fare l'apply sul loro career site, oppure puoi scrivergli un tweet con il link del tuo profilo Linkedin. E' tutto vero. Questa grandissima (e molto disponibile) persona si chiama Nando Rodriguez e il suo account è @nandorecruit (facciamogli un #FF anche se non è venerdì, perché se l'è meritato per la sua gentilezza nel rispondere a tutte le mie mille domande!).

Ora, lo so che penserete che lì siamo negli Stati Uniti (comunque, se non erro, anche alla Ogilvy di Milano di recente dovrebbe esserci stata una sperimentazione di recruiting via Twitter), che sono avanti, che hanno una cultura diversa, che sono più open-minded di noi, etc.
Ma questo approccio al mondo del lavoro mi è sembrato fantastico nella sua semplicità. 

Cioè, perchè mai dovremmo stupirci se uno, che vuole assumermi perché io mi occupi dei canali social per i suoi clienti, usa lui stesso i social per il lavoro di recruiter? In fondo deve capire se sono la persona giusta, no? Se io non usassi twitter abitualmente nella mia vita privata, come potrei usarlo a livello professionale per dei clienti che mi pagano?

Ora, proviamo a circoscrivere questo discorso almeno per le web agency e per tutti coloro che si occupano di comunicazione digital. Si presuppone che chi è "digital" per lavoro, lo sia anche nella sua vita privata. O almeno così dovrebbe essere, no? Essere "digital" non è un "lavoro". E' un cromosoma del DNA. O lo sei in maniera innata, o... puoi imparare a fare un lavoro "digital", ma forse mancherà sempre qualcosa (mia opinione personale).

Detto questo, come è la situazione in italia?
Me lo sono domandata verso novembre dell'anno scorso e ricordo di aver provato a fare un esperimento.
C'era un'agenzia (giuro che non ricordo il nome) di Milano della quale non riuscivo proprio a trovare un indirizzo mail, nè un modulo di contatto, ma solo un numero di telefono.

Cercando, ho trovato l'account su twitter e ho scritto un tweet in cui dicevo che non avevo trovato una mail per mandare il mio cv e quindi mandavo loro il link del mio profilo Linkedin. Il sentiment del mio tweet era positivo (anche se avrei potuto dir loro che magari nel 2011 sarebbe ora anche di mettere un contatto che vada oltre il telefono) perchè speravo in una reazione da parte loro, di qualsiasi genere.
Ovviamente non ho ricevuto nessun segno di vita (non ricordo neppure che il mio profilo Linkedin fosse stato visitato da qualcuno che potevo associare a quella web agency).

Morale della favola?
Io, parallelamente ai CV via mail, comincerei anche a "fare seeding" del link del proprio profilo Linkedin tra i (pochi) recruiter o aziende italiane su Twitter. E se per caso ci fosse qualche recruiter particolarmente illuminato in ascolto: please, incentivate questo fenomeno.
Forse così pian piano si innescherà il cambiamento culturale che vediamo in altri Paesi, almeno nel campo delle professioni del web.

PS: sarà deformazione professionale, ma come si fa a non considerare un blog come uno strumento che faccia prendere qualche punto in più a chi si candida a una professione nella digital communication?
Facciamo che ci vediamo l'anno prossimo con un'altra infografica sul social recruiting in Italia e facciamo alzare un po' di percentuali? :)




sabato 7 luglio 2012

iGaming: i nuovi dati del Mobile Gaming e del Gambling online [INFOGRAFICA]


Oggi parliamo di Mobile Gaming. Che questo mercato sia in forte e costante crescita non è una novità per nessuno, ma l'infografica realizzata per il progetto CasinoPlanet mette in evidenza alcuni numeri importanti del mercato Mobile e iGaming.
Ad esempio,  dei 4 miliardi di possessori di cellulari, un miliardo possiede uno smartphone e di questi il 61% utilizza giochi, il 22% social network e il 5% per restare informato sulle news.

I dati che l'infografica mette in evidenza parlano di assoluta predominanza della tipologia game tra le app più scaricate. L'80% delle migliori 5 applicazioni free, infatti, sono giochi e il 56% delle Top 100 App è gratis.

La media di applicazioni installate sul proprio smartphone è di poco superiore a 10 e sempre 10 sono le ore che in media gli utenti dedicano al gaming su mobile a settimana.
Un miliardo di dollari è il valore stimato del mercato dell'igaming nel 2011. 

In forte espansione anche il mobile gambling, con 69 operatori di gioco, di cui 18 offrono giochi mobile.
Per quanto riguarda il mercato italiano i dati che emergono mostrano che la spesa generata dai giocatori italiani tramite smartphone è stata di 7,4 milioni di euro nel 2010. Su mobile, in modalità real money, le donne si dimostrano più attive degli uomini con una quota del 57% a fronte del 43% maschile.



mobile gaming

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mercoledì 27 giugno 2012

Cornetto Devils and Angels: la Gamification è il nuovo Brand Engagement

Avete anche voi un DNA da gamers, come la sottoscritta?
Se la risposta è sì, non potete perdervi Devils and Angels, il  nuovo gioco su pc dell'estate, che ha come protagonisti un angelo e una diavolessa.


Per la serie "gli opposti si attraggono", i protagonisti sono due anime gemelle che, dopo essersi innamorate sulla terra, sono state separate dal destino. 
Io l'ho già provato e mi ha ricordato tanto  un vecchio giochino che a cui ero parecchio affezionata nella mia adolescenza!


La cosa divertente è che Devils and Angels è il nuovo web-game creato da Algida per il lancio del nuovo omonimo Cornetto Devils and Angels. 


L'ultimo nato di casa Algida nasce dall’incontro tra il sapore deciso del cioccolato fondente (che nel gioco è indubbiamente rappresentato dalla diavolessa, bella e tentatrice) e la dolcezza della mandorla (l'angelo biondo), ricoperti da zucchero piccante con il tocco finale di una punta di cacao :)






Come molti sapranno, sono da poco tornata dall'International Festival of Creativity Cannes Lions e c'è una frase che mi è venuta in mente vedendo questo giochino. "Gamification is the new Brand Engagement". 


La verità è che il gaming è attualmente la seconda più popolare attività sul web (la prima se parliamo di mobile). Ed è quindi naturale che i brand cerchino sempre più di fare engagement proprio attraverso la gamification dei loro contenuti. I grandi giganti del web, infatti, stanno aprendo le loro piattaforme al social gaming...e infatti non poteva mancare anche su Facebook l'app di Devils and Angels.


Tra l'altro il brand Algida appartiene a Unilever che, a mio avviso, ha fatto un gran bel seminar a Cannes dal titolo "Crafting brands for life". E non è un caso che uno dei miei tweet in assoluto più retwittati sia stata proprio una frase di Marc Mathieu, senior Vice President Marketing Unilever: "We are people crafting brands for people, not marketers managing brands"


Come dire, se vogliamo far bene questo mestiere, ricordiamoci che al centro ci sono sempre le persone.


Enjoy the game!



















giovedì 21 giugno 2012

"Creiamo Rilevanza, non Awareness"

Per la prima volta in vita mia quest'anno sono a Cannes, all'International Festival of Creativity Cannes Lions. Provo a definire questo evento con un concetto? Sembra di essere immersi in un mare dove si respira Futuro. Non riesco a definirlo in un altro modo. C'è una molteplicità tale di stimoli visivi ogni secondo che è impossibile non pensare che qui c'è il Futuro. Ora.
Vorrei fare dei reportage approfonditi almeno per la maggior parte dei seminar che ho seguito, ma il tempo scarseggia sempre e le cose da dire sono così tante.
Sinceramente mi sono preoccupata poco dei vari grand prix, ori, argenti e bronzi che l'italia ha già vinto qui.

Del resto stamattina un grandissimo Amir Kassaei, Chief Creative Officer DDB Worldwide e presidente dell'Art Directors Club Europe, in uno speech dal titolo "The New Creative Revolution" raccontava che alla gente, soprattutto in Europa con la crisi con la quale si convive, non interessa nulla dei premi che le agenzie vincono qui a Cannes Lions. Alle persone non interessa neanche più di tanto della pubblicità. Alla gente interessa ciò che è rilevante, ciò che aggiunge valore alle loro vite. Per questo, dice, il migliore e più efficace advertising è quello che non sembra affatto advertising.
E se molti sostengono che la pubblicità stia morendo, Amir ribatte che non è assolutamente così, anzi. L'advertising si sta solo evolvendo.

Sta cominciando una nuova fase che, dopo l'età del digital e della frammentazione - che si sta concludendo -, viene definita The Age of Brand Networks. Un'era in cui bisogna ricordare che il digitale non è un media, è un'infrastruttura; un'era dove sostanza, rilevanza e qualità sono le tre keywords del cambiamento in atto.

Inizialmente erano i computer ad esser connessi tra di loro, poi erano le persone connesse ai computer, e ora tutti sono interconnessi con tutto. E questo cambia radicalmente le cose, dice Amir.

Kassaei riempie d'orgoglio la platea quando dice che, sì, siamo fortunati, perché lavoriamo in un'industria speciale (io ne ero già convinta). Un'industria che ha il potere di comprendere la natura umana. Un'industria che ha bisogno che di ricordarsi di trattare di più le persone come amici e non come target group. Un'industria che non deve svendersi, visto che Kassaei fa scrosciare una risata in sala definendo la pubblicità come "la prostituta meno pagata al mondo".

Creiamo rilevanza, non awareness. Parla poi di una parola molto usata qui al Palais in questi giorni: creativity. Per la precisione parla di Social Creativity come l'elemento che deve caratterizzare in modo imprescindibile chi fa questo mestiere: l'umanità.

E oltre a "social creativity", anche "humanity" è stato un'altra di quelle parole che ha fatto da filo conduttore in questo festival.
Ne ha parlato ad esempio James Kirkham, Managing Director di Holler, durante un seminario di due giorni fa organizzato da Leo Burnett, dal titolo "Turning data into an idea". Sottolineava, quasi come Amir, che chi lavora in questa meravigliosa industria è un eterno studente del comportamento umano.  "HumanKind doesn't speach to people, it speaks with them".

E concludo questo post proprio con una frase di Kirkham: "Creativity has the power to transform the human behaviour".
Sì, chi lavora nell'industria della creatività è decisamente fortunato. O almeno...io mi sento così.

Vi lascio questo bell'ambient presentato da Amir Kassaei, realizzato da DDB Mexico per Volkswagen.
Ha vinto il bronzo nella categoria Promo & Activation.

venerdì 1 giugno 2012

Advertising Online: il Mercato Europeo supera i 20 miliardi

Ieri all'annuale Congress Interact di IAB Europe, svoltosi a Barcellona, sono stati presentati i dati dell'AdEx Benchmark, il report annuale di IAB Europe che tira le somme sul mercato europeo della pubblicità online.
La buona notizia è che, in tempi di crisi, l'advertising online europeo regge riportando, anzi, dati positivi e ottimistici per il futuro. La crescita è stata del 14, 5% annuo, a fronte di una crescita di solo lo 0,8% del mercato pubblicitario globale.

I dati emersi evidenziano una crescita, quindi, a doppia cifra del mercato europeo dell'advertising, che raggiunge i 20,9 miliardi nel 2011. E se questa è la situazione a livello aggregato,  guardando i singoli Paesi forse sono la Russia, con il suo + 55%, e la Serbia, con il suo + 46%, a colpire di più. Con un valore di 1.12 miliardi di Euro generato soprattutto grazie allo sviluppo del Search, la Russia si attesta al sesto posto come grandezza del suo mercato. 

                          


I cinque principali mercati (Uk, Germania, Francia, Italia e Paesi Bassi) rappresentano insieme il 67,9% del mercato totale dell'adv online, in leggero calo rispetto al 69,2% del 2011. 
E l'Italia? Dopo un quarto posto come mercato pubblicitario online, conquista il secondo per crescita del Mobile Display.

Ma vediamo altri dati rilevanti che sono emersi dall'AdEx Benchmark.

Il tasso medio di crescita del Mobile è del 45%: indubbiamente sta crescita sta avvenendo a ritmi elevati, nonostante il peso degli investimenti in questo ambito non raggiunga neppure i 3 punti percentuali sulla spesa in Display Advertising.

Il Video rappresenta l'8,2% del Mobile Display, con la Svezia che raggiunge il valore più alto con il 9,8% (ma anche i paesi dell'Est non vanno male, con il 5,8% raggiunto dalla Polonia). Sempre in ambito video il mercato tedesco e quello UK hanno già superato i 100 mln, raggiungendo quota 117 mln il primo e 126 mln il secondo.

                    



Crescita significativa anche per il Search, soprattutto nei paesi dell'Europa Centrale. Il Paid Search è cresciuto di quasi il 18% nel 2011 e resta l'ambito più corposo dell'adv online. E mentre il Display ha una quota del 33,6% sul totale della spesa in pubblicità, il Search raggiunge quota 46,5%. Quello che emerge dalla ricerca condotta da IAB Europe è che la crescita del Search è anche e soprattutto merito della creatività dell'online advertising e della cross-medialità delle campagne. Anche nell'ambito del Search, sono i paesi dell'Est Euopa (Slovenia, Croazia, Ungheria, Polonia e Russia) che hanno ottenuto aumenti significativi nella spesa.

Infine i Big Data, anch'essi in crescita del 15,3% nel 2011. E' stato proprio il boom del mercato dei Big Data che ha permesso la crescita del Display Advertising nel 2010. I Big Data si basano su metriche complete ottenute attraverso la piattaforma internet utilizzata per il Display Advertising. Attraverso i Big Data gli inserzionisti possono raggiungere un pubblico molto ampio, come anche un target estremamente di nicchia che soddisfa le loro specifiche esigenze. Queste tecniche basata sull'estrarre il più alto valore aggiunto possibile dai dati aumentano il rapporto costo-efficienza dell'advertising online. E' stato il Search Advertising ad aprire la strada a quest'approccio data-driven, che ha già cominciato a crescere a ritmi serrati.
E c'è da scommettere che la crescita dei Big Data è destinata a proseguire ancora. (E a proposito di Big Data, se ne parlerà anche al Social Business Forum a Milano il 4 e 5 giugno).

Del resto, se il mercato digitale risponde ben alla crisi rispetto ad altri mercati, forse si potrebbe considerare il fatto che questi mercati più tradizionali potrebbero beneficiare di una vera e propria "evoluzione innovativa" se solo venissero realmente integrati con il digitale.

Penso, ad esempio, alle PMI, dove si fa ancora così fatica a creare forme di integrazioni con l'online, per un problema culturale, oltre che di risorse.
Ma questa è solo una considerazione. E si apre un mondo di riflessioni e tasselli da mettere in atto, che rimando a un altro post.

domenica 29 aprile 2012

Digital Media 2012

Che il mobile stia crescendo smisuratamente in fatto di importanza nella fruizione del web è cosa ormai risaputa, tuttavia troppa gente ancora tende a sottovalutare l'importanza, strategica - in molti casi -, di avere un sito internet ottimizzato per mobile.


La recente infografica sulla situazione dei media digitali, pubblicato da Doxa un paio di settimane fa e realizzato per l’Osservatorio New Media & New Internet, mi porta alla considerazione che non possiamo più limitarci a dire, in linea teorica, che la maggior parte degli utenti naviga sul web - e soprattutto sui social network - da mobile, mentre poi non sempre siamo in grado di trasformare questa informazione in un punto di forza per il business del nostro sito.

A fine febbraio Doxa ha portato avanti un'indagine per analizzare l'utilizzo dei dispositivi per navigare online. 1000 gli utenti coinvolti, dai 16 ai 65 anni, provenienti da aree geografiche diverse e appartenenti ad entrambi i sessi.



Focalizzandoci sugli utilizzatori di tablet possiamo vedere che prevalgano gli uomini appartenenti alla fascia d'età tra i 35 e i 44 anni. E' vero che gli utenti che navigano da pc fisso e portatile passano ancora più tempo su internet, ma possiamo anche notare che gli utilizzatori di tablet navigano di più rispetto a coloro che fruiscono il web da smartphone.

Si conferma anche il dato che il tablet sia molto utilizzato, quasi come vero e proprio second screen, insieme ad un altro media, la tv o il pc fisso.

E' anche interessante notare come gli utenti di tablet siano più propensi all'utilizzo di social network, al vedere news e contenuti video online  e, non meno importante, alla lettura di libri e quotidiani.

Tutto questo non può che portare ad avvicinarci al "punto di rottura", il momento in cui gli utenti che navigheranno da mobile supereranno quelli da pc fisso o portatile.
E questo momento, previsto per il 2014, sembra ancora più vicino se pensiamo che per 2016 è stato previsto che il numero annuale di download di mobile app raggiungerà i 66 miliardi!

Qui il link per il scaricare pdf di Doxa